Angela Schiavon

Biografia

Non posso scrivere una vera e propria biografia perché non sono né fotografa né scrittrice ma posso dire di amare molto la fotografia e la scrittura.
L’interesse per la fotografia è nato dopo aver ricevuto due critiche: con la prima mi sono sentita dire che le mie foto non avevano senso, con la seconda mi è stato fatto notare che facevo belle foto ma mancava la tecnica.
La passione per la fotografia non si è concretizzata dopo i corsi che ho fatto ma nel momento in cui le fotografie hanno iniziato ad emozionarmi grazie alla tecnica che entrava nel mirino della macchina fotografica facendomi sentire che la foto nasceva in quel preciso istante.
La scrittura è sempre stata presente nella mia vita: diari e lettere erano le cose che scrivevo quasi quotidianamente, successivamente, all’età di quindici anni, mi sono interessata al giornalismo seguendo un caso di cronaca nera ed infine mi sono appassionata totalmente alla lettura leggendo libri di ogni genere fino a scegliere i temi che mi stavano più a cuore.
Credo che per scrivere servano emozioni, vita che scorre, esperienza, curiosità, fantasia ma serve anche la sofferenza perché chi soffre entra in contatto con quella sensibilità che mi piace paragonare ad una bilancia in grado di misurare il peso delle parole permettendo così di usarle tutte con il dovuto rispetto.
Amo ridere.
Amo viaggiare.
Amo il Natale.
Dolomiti dipendente.
Il mare è a settembre.
Una volta facevo tutto da sola.
Oggi chiedo.
Vivo a Bassano del Grappa con mio marito e le nostre due figlie.

Immagini

È finita così...
Quel drone che vola via facendo diventare sempre più piccola quella panchina bianca.
In realtà, non so neanche spiegare cosa mi ha mosso questo finale di stagione perché è arrivato in una parte così profonda di me che, nonostante le lacrime e il dispiacere, mi ha fatto risentire dei rumori, delle vibrazioni, dei suoni, dei profumi ed è come se quel tramonto, quel vento debole e quella musica mi avessero riportata a dei momenti felici della mia giovinezza dove lì c’era ancora mia madre.
In questo finale, per chi l’ha già vissuto, si vede e si sente cosa provoca un lutto.
Nel lutto, c’è un momento in cui si è davvero così: smarriti, persi, assenti.
È un attimo diventare pazzi con questi tre sentimenti.
Ma è come se questo finale fosse anche uno specchio dove si possono vedere i momenti difficili vissuti nella propria vita.
I momenti in cui si è toccato il fondo.
I momenti in cui si è pensato ‘non ce la farò mai’.
I momenti in cui appunto, ti è mancato qualcuno di importante e il vuoto ti faceva sentire perso nel nulla.
Tre fratelli, prima bambini, poi adulti, il passato, il presente, spalle contro spalle, mentre nel durante la vita decideva con chi essere più severa.
Quando esattamente la vita decide di punire dei bambini in questo modo?
Perché?
C’è davvero chi si salva?
Può davvero l’amore curare sempre tutto?
A volte si è più impegnati a guardare male e a giudicare chi non ci piace perché in realtà ci assomiglia e non lo vogliamo ammettere assolutamente.
Ho visto però che l’amore per un fratello ha dato a due sorelle la forza per andare oltre a dei loro limiti bene definiti e intoccabili causati dalla rupofobia.
Quanti specchi e quanti riflessi in Masumlar Apartmani.
Inci...
Inci, apparentemente normale, apparentemente più normale degli altri è stata invece l’esatta interpretazione di chi nella vita, dopo aver sofferto e, quel dolore lo vuole allontanare a tutti i costi, crede però, ogni volta, a quella voce interiore che sembra come calare una corda e nel mentre raggiunge la tua mano ti dice ‘vieni ti tiro su io, non sarà di nuovo così’.
Inci se n’è andata amando, nonostante tutto.
Questo addio io, l’ho amato.
Inci ci è apparsa nella prima puntata in tutta la sua normalità e, con la stessa normalità, in quella gonna a pois e maglione rossi, se n’è andata, stretta a quell’amore da cui avrebbe voluto tante volte fuggire senza però mai riuscirci.
C’è davvero chi si salva?
Le mani nude di Gülben e Safiye che toccano la schiena di Han, le loro braccia che avvolgono e le loro teste che si appoggiano sono ora pronte ad aprirsi a un mondo che sembra essere stato finora solo tanto crudele con loro?
Chi si salverà?
Chi guarirà?
Chi davvero amerà e aprirà se stesso in modo totale a delle anime così piene di amore ma profondamente disturbate?
La potenza di Masumlar Apartmani è la verità.
La vita vera non è una serie.
Masumlar Apartmani ci mette davanti la realtà.
Ma io sono ferma lì.
A quando le bocche di quei tre fratelli, toccano la cannuccia e iniziano a bere ciò che non potevano da bambini.
Le lacrime di Gülben.
Lo smarrimento di Han.
Le bollicine nella bottiglietta di Safiye.
Ed è come sentire con loro, quel sapore che non è più solo un gusto ma tutte le emozioni che riaffiorano, tutte quelle emozioni che si rimettono in moto ma che invece di andare avanti tornano indietro in quegli anni in cui, da bambini, dovevano nascondersi dalla figura più amorevole, più dolce e più comprensiva: la loro madre.
Troppe paure, troppe punizioni, troppe negazioni.
Alla fine, un figlio, vuole solo sentirsi amato.
Accettato.
Per essere amati si arriva a fare qualsiasi cosa.
A volte, purtroppo, senza rendersi conto che il male peggiore lo si fa a se stessi.
Safiye e Gülben hanno chiuso la prima stagione di Masumlar Apartmani scegliendo Han.
Tre figli cresciuti senza amore.
Tre fratelli indissolubilmente legati da un sentimento: l’amore.
Non è vero che se non si riceve amore non si può dare amore.
Se si perdona si può tutto.

'Mamma cosa c'è qui dentro?'
'Dove?'
'Qui...'
Mi giro e guardando il sacchetto che mi viene indicato, mi chiedo cosa ci sia dentro.
Apro e mi metto a sorridere.
C'erano alcuni pezzi di merceria, gli ultimi avanzi di quello che era stato il lavoro della mia famiglia che era iniziato tanti anni fa, 'un secolo fa' potrei tranquillamente dire, quando mia nonna iniziò a tirare il carretto.
'Queste sono le cose che una volta c'erano nei cassetti in bottega ma prima della bottega c'era un carretto'
'Cos'è un carretto?'
'Siediti che ti racconto una storia...
Sai cos'è questo? Uno spagnoletto, questo invece è canetè e questo è battitacco, poi qui abbiamo un fiocco rosa che usavano una volta le bambine per andare a scuola con il grembiule e questi sono dei colletti di pizzo...'
Mentre tiro fuori tutti i pezzi di merceria mi sembra ancora di sentire mia mamma quando diceva 'Dovrebbe essere scritto come siamo cresciute tirando il carretto, ancora bambine, con nostra mamma, qualcuno dovrebbe raccontarlo' e se ci penso è vero perché una storia così sembra impossibile.
'Sai, una volta, tanti anni fa, una signora era rimasta senza marito perché non era più ritornato dalla guerra ma aveva due bambine piccole da crescere e così pensò di prendere un carretto, di metterci dentro tutte queste cose e di iniziare a lavorare portandosi con sé le sue piccole bambine.
Nel carretto teneva anche altre cose come il sapone per lavarsi le mani o per lavare i vestiti e, con le sue bambine piccole andava in giro e vendeva queste cose ad altre signore.
Questa mamma tirava il carretto da una casa all'altra, da una porta all'altra, era come se facesse una passeggiata e ogni tanto si fermava in una di quelle case di campagna di allora, dove le porte restavano aperte senza problemi, fuori gli animali liberi, i bambini giocavano per terra, le loro mamme preparavano da mangiare e i loro papà mungevano le mucche e si occupavano della terra.
Era bellissimo perché le signore si trovavano tutte attorno al carretto e potevano così chiacchierare, raccontarsi qualche cosa e nello stesso tempo la signora, che era la mia nonna, guadagnava da vivere per lei e le sue bambine.
Poi le bambine sono cresciute e una, che era la mia mamma, ha continuato questo meraviglioso lavoro.
Il carretto è stato sostituito da un camioncino dove dentro c'erano tante cose e quando la mia mamma arrivava a casa delle signore suonava il clacson tre volte, tutte uscivano per comprare ciò di cui avevano bisogno e alla fine si trovavano tutte a chiacchierare felici.
La mia mamma ha amato tanto il suo lavoro.
Era un lavoro umile che le ha permesso di superare tante cose e di crescere le sue di bambine perché anche lei aveva avuto due bambine.
Lei era sempre felice quando andava a lavorare sia con il sole che con la pioggia perché se pioveva aveva un grande ombrello che le signore usavano per ripararsi e non bagnarsi.
La mia mamma mi ha insegnato tante cose con il suo lavoro e se vuoi oggi possiamo giocare a 'vendere' tutte queste cosette che forse, alcune non si usano neanche più ma sono molto importanti perché raccontano la storia della mia famiglia e della mia mamma.’
'Ma come si chiama la tua mamma?'
'Delfina'

Ecco, in quel sacchetto erano rimaste le ultime mercerie dell'attività della mia famiglia.
Sono nata in una famiglia di commercianti e credo, che allora sì che poteva chiamarsi commercio nel vero senso della parola.
È vero che mia mamma amava molto il suo lavoro, è vero che è sempre andata fiera del suo 'lavoro porta a porta' perché aveva una storia lontana, iniziata da una mamma vedova di guerra, un papà mai visto tornare a casa e da tanti sacrifici ma soprattutto è stato la sua salvezza dopo essere rimasta vedova ancora molto giovane.
C'era differenza tra il fare mercati e lavorare ‘porta a porta’: lei lo specificava sempre bene quando qualcuno le chiedeva che lavoro facesse.
Le sue clienti erano tutte importanti.
Una volta mi disse che lei era come un prete: doveva ascoltare ma poi ‘dimenticarsi’ tutto perché era importante che chi si apriva con lei potesse contare nel suo silenzio.
'Non bisogna tradire la fiducia delle persone’ mi diceva.
E, mi ricordava sempre, che non dovevo tradire neanche la sua di fiducia.
Tante volte, durante le vacanze estive, salivo in camion con lei e andavo a fare ‘il giro’.
La guardavo, la ascoltavo e facevo quello che mi chiedeva di fare.
Teneva una agenda dove lì dovevano essere scritte le cose che vendeva, in questo modo al pomeriggio le avrebbe prese dal magazzino e rimesse in camion per non restare mai senza ciò che avrebbe potuto vendere il giorno dopo.
‘Angela scrivi, bene se no dopo non capisco: un Cif, un Perborato, metti in nota il Coccolino che è finito, spagnoletto da imbastire, fodera, calze Image quinta misura antracite, camicia da lavoro 3XL…’
Il momento più bello, in ogni caso, era quello in cui ci fermavamo al bar a fare colazione con i nostri cappuccini tiepidi e brioches, poi si ripartiva subito per un’altra cliente da fare e quando le chiedevo 'adesso chi tocca?’ solo sentendomi dire un nome sapevo già se saremmo andate da una sarta, da una famiglia di contadini o da una benestante signora.
Nel camion di mia mamma c’era il mondo.
Il suo mondo perfettamente riempito in ogni angolo con ordine preciso perché ‘se le cose vengono messe bene ci stanno tutte.’
Ha lavorato fino a sessantaquattro anni e l’ultimo giorno di lavoro, senza dirle nulla, l’ho aspettata nel cortile di casa per vederla entrare per l’ultima volta con il suo camion.
Visibilmente emozionata mi ha trovata con la macchina fotografica in mano, ha abbassato il finestrino e mi ha sorriso.
Perché mia mamma era così, una donna che nonostante tutto sorrideva, sorrideva sempre.
Una bambina che era dovuta diventare presto donna, una donna che era dovuta diventare madre e padre.
In quel sacchetto c'era la storia di una guerra, del dolore, della paura, del suono delle sirene, del dover mollare tutto per andare a rifugiarsi in luoghi sicuri ma c’erano anche la forza e la speranza.
In quel sacchetto c’era l’incertezza, la fatica ma anche la consapevolezza che un carretto era diventato poi un piccolo furgoncino e con il tempo un furgone comodo dove potersi sedere e trovare riparo.
In quel sacchetto c’era la stanchezza ma c’erano anche i sorrisi di giorni gioiosi passati a dedicarsi al lavoro con tanto amore.
In quel sacchetto c'era la storia di donne che si erano dedicate al lavoro, la storia di due mamme che in tempi diversi si erano trovate a prendere in mano da sole la loro famiglia.
In quel sacchetto c’era un lavoro che forse oggi non esiste più ma io, con orgoglio, posso dire di averlo provato e vissuto.
In quel sacchetto c'erano il rispetto, l'umiltà e l'amore.
In quel sacchetto c'era da 'stoffa' di cui era fatta mia mamma.
In quel sacchetto c'è ancora il sorriso di mia mamma, il sorriso per un lavoro che ha amato e a cui si è dedicata con tutta se stessa.
Un lavoro che le aveva dato la vita e a sua volta lei, con quel lavoro, l'aveva data a noi.

Le lettere più importanti che ho scritto le ho scritte a mano.
Con un foglio di carta e una penna.
Non si poteva cancellare, al massimo buttavi via tutto e prendevi un altro foglio.
Io non ho mai buttato via niente.
Quello che sentivo scrivevo.
Potevano esserci anche errori perché non rileggevo.
Per me erano più importanti le parole scritte di getto, quelle parole istintive che diventavano nero su bianco, non mi ponevo nemmeno la domanda ‘avrò fatto errori?’ perché quando si scrive con il cuore gli errori non li vede nemmeno il destinatario.
Le mie lettere hanno sempre ricevuto risposta.
Una volta con un’altra lettera, una volta con una telefonata.
La prima lettera l’ho scritta ‘per’ Antonio Garzotto.
Quando la scrissi avevo sedici anni.
Giornalista padovano, scrisse ‘Un delitto perfetto: il caso Carlotto’.
Se penso a cosa ha dato inizio quella lettera, sono sincera, mi stupisco ancora oggi.
Mi appassionai del Caso Carlotto grazie ad una professoressa delle superiori che ci fece comprare quel libro nonostante la nostra scuola non centrasse niente né con il giornalismo né con la giurisprudenza.
Ritagliavo ogni articolo di giornale riguardante quel caso.
Leggevo e mi facevo mille domande che tuttavia non avevano mai risposta.
Ma a scrivere quegli articoli era sempre lui: Antonio Garzotto.
Perché quindi non chiedere a chi seguiva da vicino il caso?
Fu così che la mia lettera entrò in una busta bianca.
Per Antonio Garzotto - Mattino di Padova
Mittente Angela Schiavon
Via Piovese 68 Ter
35100 Padova
E’ stato proprio un giorno in cui mi ero dimenticata di controllare dentro alla cassetta della posta che una lettera era lì ad aspettarmi.
Era la lettera di Antonio Garzotto.
Piegata così perfettamente da aver preso la forma della busta.
Dopo esserci accordati telefonicamente ci incontrammo in un caffè del centro di Padova: il Caffè Cavour.
Ascoltò e rispose a tutte le mie domande piene di curiosità e mi chiese una cosa: ‘pensi che la tua famiglia mi dia il permesso di portarti a Venezia, in Tribunale, per assistere all’udienza in cui viene ricostruito l’omicidio?’
Non ero ancora maggiorenne.
Ma sì, mia madre mi lasciò andare.
Quella mattina Antonio Garzotto arrivò sul piazzale del Bar Ragazzo, scese dalla macchina, ci salutò alzando la mano.
Mia mamma mi portò da lui, si presentarono e dopo essersi scambiati qualche parola mi salutò non con un ciao ma con il suo ‘mi raccomando’.
Due parole sole ma che comprendevano tutto.
Oggi, mentre scrivo questo ricordo mi viene da dire ‘cose d’altro mondo’.
Fu così che io vidi per la prima volta Massimo Carlotto al quale diedi la mano in silenzio e un po’ imbarazzata, mentre Antonio Garzotto mi presentava con queste parole: ‘questa ragazza segue il tuo caso con estrema attenzione, l’ho portata oggi per farle vivere da vicino ciò che legge sui giornali’.
Ho assistito così alla ricostruzione del delitto di Margherita Magello, quel delitto che sapevo raccontare a memoria, quel delitto che aveva catturato la mia attenzione al punto tale da farmi scrivere una lettera a un giornalista che non conoscevo minimamente.
Quel giorno ho realizzato un sogno.
Antonio Garzotto mi riportò a casa e mi riconsegnò a mia mamma.
Grazie.
Arrivederci.
Una stretta di mano.
Una lettera, un incontro e la fiducia di mia madre hanno reso possibile tutto ciò.
Un caso che ho seguito senza interesse politico ma solo per curiosità, quella curiosità che mi coinvolgeva giorno dopo giorno a scoprire la verità, verità che forse non è mai arrivata lasciando Massimo Carlotto tanto colpevole, tanto innocente fino alla chiusura del caso.
Anni dopo, incontrai Antonio Garzotto in una via del centro di Padova, una laterale di Piazza Cavour, quella piazza dove ci eravamo incontrati anni prima.
Rendendomi conto che non mi aveva riconosciuta lo fermai e gli dissi ’Buongiorno, sono Angela Schiavon, si ricorda di me?’
Fu felicemente sorpreso di rivedermi, mi chiese che lavoro facessi, scambiammo due parole su come si era concluso il caso Carlotto.
Alla fine ci salutammo con un arrivederci e una stretta di mano.
Lo vidi allontanarsi verso Piazza Garibaldi con il suo borsello sulla spalla, i giornali in mano tenuti con il gomito piegato vicino al fianco e la testa un po' bassa.
Non l’ho più rivisto.
Anni dopo ho scoperto, casualmente, che era morto.
In quel momento ho provato un senso di gratitudine per quell’uomo gentile, dai capelli bianchi che aveva trovato il tempo per rispondere, ascoltare e realizzare il sogno di una ragazzina sconosciuta, la stessa ragazzina che senza preoccuparsi troppo dei se e dei ma, un giorno aveva preso in mano un foglio e una penna per scrivergli una lettera che nel giro di breve tempo avrebbe trovato risposta.

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