Luca Mevilli

Biografia

Luca Mevilli, nato a Santa Margherita Ligure il 26 Aprile 1992, figlio di Antonio, bancario, e Antonella, casalinga, ha una sorella, Francesca, più grande di lui di 4 anni, e attualmente vive a Rapallo, in Provincia di Genova. Appassionato di Paleontologia, Zoologia e Storia fin dall'infanzia, grazie ai suoi familiari, in particolare i nonni materni, sviluppa negli anni un grande amore per la lettura, soprattutto romanzi fantasy e saggistica storica, e per la letteratura, fino ad iniziare a scrivere i primi racconti da autodidatta. Al Liceo nasce una nuova passione, il Teatro, già conosciuto presso le scuole elementari e Medie grazie alle recite di fine anno scolastico, e coltivato nei corsi extracurricolari, fino a farlo diventare membro della Compagnia Stabile del Teatro Rina e Gilberto Govi e nel 2015 cofondatore dell'associazione artistica Artemis, dove tutt'ora insegna recitazione. Inoltre svolge i ruoli di regista e attore presso la Compagnia Stabile della suddetta associazione e debutta come scrittore con il racconto “Il Lupo Bianco”.

Immagini

foto n°1

La foresta era scura e avvolta da una fitta nebbia. Alberi grandi e rigogliosi, ricoperti di muschio e piante rampicanti, si innalzavano sopra il cielo, mentre creavano ampie zone d'ombra con i loro rami contorti e nodosi, lasciando poca luce solare alle felci e agli arbusti sottostanti che convivevano con coloratissimi funghi tossici sopra un tappeto di foglie secche. Uccelli e altri piccoli animali si muovevano tra le fronde degli alberi ed emettevano i loro versi, creando così un brusio continuo. Un gruppo di taglialegna si muoveva in quello strano mondo, armati solo delle loro accette e del loro coraggio, visto che in pochi osavano avvicinarsi alla Foresta Brumosa, ma loro erano spinti dalla necessità. Dopo che il loro villaggio era stato attaccato dai briganti, si era deciso di costruire una palizzata intorno ad esso, ma gli alberi dei boschetti limitrofi non erano abbastanza grandi e Belt, un uomo massiccio dagli occhi e i capelli scuri, nonché capo della spedizione, aveva cercato volontari per tagliare alcuni tronchi dalla foresta e usarli per costruire parte della palizzata, mentre molti dei suoi compaesani avevano cercato strategie alternative. Il taglialegna, però , non aveva voluto sentire storie e si era diretto verso la foresta, che si diceva essere popolata da creature mostruose,streghe ed elfi, con Dreil, un uomo dalla barba e i capelli fulvi, Tain, un anziano magro e alto, Kold, il figlio maggiore di Belt, Durt, un ragazzo timido e magrolino, Keirt, una delle vecchie guardie del villaggio, ormai ritiratosi da anni, ma ancora in forma, Edan, cugino del massiccio Dreil, Olat, il taverniere del villaggio dalla prominente pancia, e i suoi due figli, Maval, alto e pallido, e Avran, che assomigliava al padre, ma senza lo stesso voluminoso ventre. Dopo aver camminato a lungo nella foresta, si fermarono ai piedi di una gigantesca quercia e, mentre Belt e Dreil esaminavano gli alberi della zona e decidevano quali abbattere, gli altri si rifocillarono, bevendo dagli otri o mangiando qualche pezzo di carne secca e formaggio, custoditi nelle loro bisacce, lamentandosi della strada percorsa e del fatto che avrebbero camminato a lungo con i tronchi in spalla fino al carro trainato dai buoi, lasciato ai margini della foresta e custodito da Balk e Abast, altri due abitanti del villaggio. Non alzavano mai troppo la voce e anche i commenti più rabbiosi erano detti a denti stretti, perchè tutti, perfino i più spavaldi, che quando sentivano gli anziani del villaggio raccontare le storie di viaggiatori trovati morti ai margini della foresta o di bambini rapiti da streghe ed elfi mentre erano intenti a giocare troppo vicino agli alberi, alzavano le spalle e borbottavano: “Sciocchezze!” Tutti si sentivano osservati e ogni ramo contorto e arbusto sembrava un artiglio o una bestia nascosta tra le ombre degli alberi, mentre le mani sudate stringevano nervosamente accette e coltelli e gli occhi guizzavano da una parte all'altra del campo visivo. Belt si mise al centro del gruppo e disse: “Bene, ragazzi, taglieremo questi due alberi e, più tardi, penseremo alla grande quercia. Intanto Edan e Avran, andate più avanti a cercare un fiumiciattolo per riempire gli otri, che qui si suderà molto.” I due si guardarono un secondo e iniziarono a borbottare qualcosa, ma un'occhiata di Belt li fermò dal continuare e subito si diressero più avanti, trasportando alcuni otri. Passò diverso tempo, nessuno riuscì a capire quanto,nemmeno dal numero di alberi abbattuti, ma né Edan, né Avran ritornarono, mentre un silenzio glaciale scendeva sulla radura. Belt, vedendo gli sguardi preoccupati che gli altri si lanciavano tra di loro,per cercare di riprendere in mano la situazione, si affrettò a dire: “State tranquilli, si saranno sicuramente fermati a poltrire da qualche par...” Prima che potesse finire la frase, le possenti mani di Olat lo presero per la camicia logora e il taverniere sbattè il massiccio taglialegna contro il tronco di un albero, urlando: “Non cercare scuse, Belt! Mio figlio è là da qualche parte, ferito o peggio...” L' uomo si trattenne dal tirare un urlo di disperazione e continuò: “ Ora andremo a cercarli e torneremo a casa. Basta spedizioni in luoghi del genere. Troveremo il legname da un'altra parte. E spera che mio figlio stia bene.” Belt cercò di rispondere, ma qualcosa distolse la sua attenzione dal taverniere, mentre un urlo di terrore usciva dalla sua bocca. Dreil era sospeso a mezz'aria con il volto violastro, gli occhi fissi e la lingua che penzolava, tenuto per il collo da un essere alto due metri, curvo e inquietante, vagamente simile ad un uomo, se non fosse stato per la pelle identica alla corteccia di un albero e i tratti ferini che caratterizzavano il volto ligneo, formato da due piccole fessure vuote per gli occhi e le fauci perennemente spalancate. La creatura gettò il cadavere da un lato, poi iniziò ad avvicinarsi ai taglialegna emettendo un verso simile ad uno stridio lento e acuto. L'unico che ebbe la prontezza di muoversi fu Keirt che, con l'accetta in mano, si gettò verso il mostro, ma prima che potesse colpirlo, dalle ombre della foresta emerse uno strano essere mezzo uomo e mezzo lince che, lanciatosi sulla ex guardia, la atterrò e le azzannò la gola. Improvvisamente da ogni angolo, ogni fronda, ogni ramo, si riversarono nella radura creature di ogni genere: esseri simili ad arbusti umanoidi, ibridi tra uomini e animali,goblin verdi e arcigni, armati di lance dalle punte di osso o pietra, folletti e fate dalle ali delicate e trasparenti, creature di pura roccia, ricoperte di muschio, che avanzavano lentamente, seguiti da alberi con fattezze umane e figure simili a funghi con arti paffuti e piccoli occhi scuri. Si gettarono sui taglialegna con ferocia, afferrandoli e ferendoli con le loro rozze armi, le zanne e gli artigli, lordandosi di sangue e soffocando le loro grida. Quando tutto finì dei taglialegna erano rimasti solo alcuni brandelli dei loro vestiti, un'accetta, qualche macchia di sangue e una scarpa. I due uomini a guardia del carretto erano impazienti e nervosi, poiché erano passate molte ore da quando gli altri erano partiti. Il più vecchio, Balk, cercava di tenere calmi i buoi per passare il tempo e distrarsi, mentre il più giovane, Abast, camminava nervosamente intorno al carro, lanciando sguardi pieni di rabbia e preoccupazione verso la Foresta Brumosa. Improvvisamente il ragazzo,urlando, chiese: “ Ma quando tornano?” Prima, però, che Balk potesse rispondere, una voce melodiosa ripose con un glaciale: “Mai” Una bellissima donna dai lunghi capelli rossi e gli occhi verdi, avvolta da una lunga veste bianca, era apparsa tra i due dal nulla . Abast istintivamente cercò di prendere l'accetta che aveva lasciato sul carro, allungando il braccio alla cieca, ma la donna, con una calma disarmante, disse: “Io non lo farei se fossi in te, giovane uomo, o vedrai che gli altri non lasceranno in vita neanche te e il tuo compare.” Balk, ripresosi dallo stupore iniziale, chiese: “Chi sei?” “Un'ambasciatrice del Popolo della Foresta che vi chiede gentilmente di andarvene, umano” “E i nostri amici?” domandò Abast a denti stretti. La donna si limitò a guardare con sufficienza il giovane contadino, poi disse: “Loro non torneranno più e voi siete stati risparmiati solo perchè dovete dire a quelli del vostro villaggio di non tornare qui.” Balk, spaventato, disse: “Ma noi abbiamo bisogno del legname.” “E con quale diritto voi rubate le nostre case e prendete il nostro popolo senza chiedere?” La voce della donna era piena di rabbia. “Gli Antichi Patti parlavano chiaro, visto che ci avete relegati qui, mentre voi umani prosperavate e distruggevate le vecchie foreste. Avete tutto il mondo a disposizione da cui prendere il legname.” A quella parola la creatura ebbe un moto di disgusto, poi continuò: “Lasciateci in pace.” Poi scomparve nel nulla, così come era apparsa. Abast prese l'accetta e si diresse verso la foresta, ma fu fermato da Balk che gli disse: “Fermati, ragazzo. Non possiamo più salvarli.” “Ma possiamo vendicarli!” “E a cosa gioverebbe? Me lo spieghi? Loro hanno fatto una scelta e hanno infranto antichi accordi dimenticati da secoli. Fare una strage di... Qualsiasi cosa ci sia lì dentro inasprirà gli animi e peggiorerà la situazione.” Abast si fermò e fissò a lungo l'anziano, poi buttò a terra l'accetta e chiese: “Cosa proponi di fare, allora?” Il vecchio inspirò profondamente e disse: “Torniamo a casa e curiamo le ferite del nostro villaggio e della nostra gente. Costruiremo una gigantesca palizzata con il legname che compreremo dal porto fluviale, come avevano proposto alcuni anziani, e ci riprenderemo.” Abast abbassò la testa, poi chiese: “ E dimenticheremo tutto?” Balk rispose: “Assolutamente no, ragazzo mio. Tutt'altro. Noi ricorderemo ogni anno cosa è successo e faremo in modo che mai sia dimenticato. Non per provare odio o rabbia, come fa il Popolo della Foresta, ma per evitare che cose del genere succedano di nuovo e lasciare ai nostri figli un mondo migliore.” Balk alzò lo sguardo verso la Foresta e disse: “E forse, un giorno, fare in modo che ferite ben più antiche delle nostre e più profonde, guariscano. Prendi la tua accetta, ragazzo, e torniamo a casa.” Abast prese la sua accetta e aiutò il vecchio a preparare il carro. Poi ripartirono verso casa, osservati, nelle ombre tra gli alberi, da decine di occhi che li fissarono allontanarsi per diversi minuti, mentre una di queste creature, dall'udito particolarmente fino e che aveva sentito le parole di Balk, tenne fra le piccole mani artigliate il beccuccio di un otre che aveva strappato dalle mani di uno di quei pallidi esseri glabri e lo strinse, non con rabbia, non con aggressività, ma con rimorso. Sperando, nel suo cuore, che un giorno, la loro antica guerra con gli uomini sarebbe finita e le ferite di entrambi i popoli, sanate per creare un mondo migliore.

foto n°2

Le zolle fangose, sovrastate dagli alberi massicci e contorti della foresta, emergevano dalle scure e profonde acque della palude. Strane creature umanoidi dalla pelle squamosa e verdastra e dai grandi occhi a palla vivevano lì, insieme alle Sirene d' acqua dolce che con le loro grandi code da pesce si spostavano nei fiumi e nei laghi per poter catturare le loro prede, soprattutto esseri umani, ammaliandoli e attirandoli con il loro canto e la loro bellezza aliena e mostruosa, ma non per questo meno efficace, per poi affogarli e divorarli. Oltre a questi e i vari pesci, anfibi, uccelli e alligatori che avevano fatto della palude la propria dimora, vivevano, soprattutto nelle zone centrali e dove l'acqua era più profonda , grandi rettili acquatici, serpenti e insetti giganti, strani ibridi tra uomini e alberi che vagavano lentamente lungo le poche zone emerse, bellissime, seducenti e dispettose ninfe, vecchie fattucchiere che preparavano incantesimi e pozioni nelle loro isolate capanne, massicci troll anfibi dall'acre odore, Viverne dalle piume colorate e perfino qualche drago. Vista l'alta presenza di creature simili e degli spettri di coloro che erano affogati nelle sue acque, la Palude di Treal veniva evitata sia dalle carovane di passaggio, sia dagli abitanti dei villaggi vicini, escludendo qualche rara e necessaria incursione da parte di erboristi e cacciatori, o di chi volesse porre fine alla propria esistenza, come la ragazza dai capelli rossi e dal lungo abito bianco che fissava la palude da sopra una grossa sporgenza rocciosa. I suoi occhi smeraldini vagavano spenti lungo tutto il panorama senza vederlo, mentre i ricordi degli ultimi mesi ormai intasavano la sua mente stanca. Era stata isolata, picchiata, umiliata e, infine, esiliata dal suo villaggio perchè, secondo alcuni, avrebbe architettato, insieme a Granta, la fattucchiera del Bosco Bianco, gli omicidi di Dafren, il mago che abitava nel paese, e di Baln, l'erborista, nonostante la giovane non avesse mai incontrato la strega. Il colore dei suoi capelli, però, e il suo amore per le passeggiate notturne quando la Luna Piena illumina i prati, erano stati sufficienti per marchiarla come una complice della vecchia maga e, dopo che una folla inferocita aveva inseguito Granta fino al suo rifugio e l'aveva linciata sul posto, per Elnya, questo il nome della ragazza, erano iniziati i soprusi. Non poteva essere processata, vista la mancanza di prove, ma questo non fermò il pregiudizio e le ritorsioni che durarono mesi. Nessuno prese le sue difese o si offrì di proteggerla, mentre una sopita rabbia e un serpeggiante sadismo si manifestarono negli abitanti del villaggio, resi ciechi da rabbia e paura verso un nemico ormai scomparso. La ragazza si riscosse come da un sogno da quei ricordi dolorosi, mentre nella sua mente si faceva sempre più pressante il desiderio di compiere quello che si era imposta. Era sola, nessuno l'avrebbe aiutata, dato che la voce della sua presunta stregoneria era giunta in tutti i villaggi, e non sarebbe stata in grado di sopravvivere a lungo in quella regione, così lontana dalle fertili e meno crudeli terre ad Ovest. La giovane fissò ancora una volta le acque scure della palude, fece un respiro profondo, poi arretrò di qualche passo rispetto al ciglio della piccola scogliera palustre. Pensò a cosa era successo, a come l'avevano trattata, a tutte le volte in cui si era ritrovata in casa uomini dal volto coperto nel cuore della notte, ai sassi che le lanciavano quando andava al mercato, agli insulti, al dolore e alle sue grida inascoltate. Iniziò a correre e poi si gettò. L'impatto con l'acqua fu più forte di quanto si aspettasse e, nella confusione di bolle d'aria che le si parava d'avanti, si ritrovò supina a guardare la luce che timidamente cercava di filtrare tra gli alberi sopra di lei, mentre flessuose e verdastre sagome iniziavano a nuotarle intorno, come squali affamati, formando un cerchio di corpi. Elnya era stranamente calma, sospesa in quel mondo acquatico apparentemente statico,spiccando con quel vestito, chiaro come la sua pelle, nel buio, mentre il frenetico cerchio di creature si stringeva sempre di più. Stava per emergere quasi completamente dall'acqua, quando le mani palmate dei mostri la presero per le braccia, il busto e le gambe e iniziarono a trascinarla verso il fondo. Stringevano con forza ed eruttavano bolle d'aria freneticamente, quasi stessero urlando di gioia per il dono ricevuto, incominciando perfino a morderla,mentre il corpo della ragazza reclamava già ossigeno. La mente le si annebbiava sempre di più e l'istinto di sopravvivenza le urlava a gran voce di reagire per il suo bene, di lottare e non arrendersi a quelle creature, anche se tutto sembrava perduto. La giovane provò goffamente a fare resistenza, ma era troppo debole confusa per riuscire davvero a fare qualcosa contro tutti quegli esseri mostruosi sempre più agitati e bramosi delle sue carni, mentre sentiva il petto che esplodeva nel reclamare aria e il freddo aumentare intorno a lei. Chiuse gli occhi e, confusa e impotente, aspettò che l'oblio la prendesse. Poi, in quel mondo ovattato, sentì una mano più grossa afferrarla alla spalla e un' improvvisa sensazione di calore avvolgerla,come se qualcosa avesse riscaldato l'acqua che, di colpo, aveva iniziato a muoversi intorno a lei. O era lei che si stava muovendo in acqua, trascinata da chissà quale predatore degli abissi? La risposta alla sua domanda arrivò quando la sua testa emerse dall' acqua e il suo corpo si prese istintivamente una pura, fresca e meravigliosa boccata d'ossigeno. Aprì gli occhi immediatamente, ma vedeva sfocato e sentiva solo un possente ruggito emergere dalla cacofonia di stridii e di tonfi nell'acqua , mentre una forza sovrumana la stava trascinando verso la riva. Tossiva e gli schizzi d'acqua le colpivano il viso, ma la sensazione di freddo si era attenuata e la sua mente iniziava di nuovo a pensare quasi lucidamente. Si ritrovò di colpo a tossire su una zolla fangosa in mezzo alla palude, tentando di respirare normalmente, quando una voce bassa e roca accanto a lei borbottò: “Stupida Pelle fragile.” Elnya aspettò qualche secondo e, non appena la vista le tornò nitida, alzò lo sguardo. Sopra di lei torreggiava una creatura alta due metri, massiccia e muscolosa, dotata di una fila di squame ramate, un muso tozzo e squadrato da rettile e una cresta che dalla base del cranio scendeva fino alla punta della potente coda. Indossava un paio di rozzi pantaloni in pelle logori e un'improvvisata corazza fatta con strisce di legno e corde, mentre in mano teneva una lunga mazza lignea ricoperta dai denti di chissà quale predatore della palude. L'essere aveva la bocca, irta di zanne, lorda di sangue scuro e fissava con sufficienza la ragazza, come un maestro che guarda i vani tentativi dell'allievo. La giovane era paralizzata dalla paura e guardava terrorizzata quel mostro dall'aspetto feroce che, ruotando la testa con fare incuriosito, chiese: “ Perchè ti sei buttata?Voi umani per pescare non usate di solito quei bastoni con il filo? ” Elnya abbassò lo sguardo, come se si sentisse in colpa, e mormorò: “Io... Io...” Poi però si fermò e scoppiò a piangere, rannicchiandosi su se stessa, ed emettendo solo qualche singhiozzo. Il rettile umanoide rimase confuso e continuò a ruotare la testa come fanno i pappagalli, aspettando una risposta, desideroso di conoscere la motivazione di quello strano pianto. La giovane disse: “Io... Io non stavo pescando... Volevo solo che finisse...” E continuò a piangere. La creatura si sedette di fronte a lei e, dubbiosa sulla risposta,si avvicinò con il muso alla testa della ragazza e, quasi sussurrando, fece un'altra domanda: “Cosa doveva finire?” “La mia vita” rispose la giovane con un filo di voce. Il rettile si alzò in piedi lentamente e rimase alcuni istanti a rimuginare sulla risposta, poi, con voce ferma, chiese: “Anche la tua tribù ti ha esiliato?” Elnya alzò lo sguardo e annuì con la testa, cercando di calmarsi. L' essere si limitò a voltarsi leggermente e mostrare alla giovane la spalla sinistra, dove spiccava una strana cicatrice biancastra, come se gli avessero strappato via la pelle. “La mia tribù non accettava che io non avessi le squame verdi, come il Grande Anfibio che diede la vita a tutti noi. E mi hanno mandato via. Tu?” Elnya si mise in ginocchio e, sommessamente, rispose: “ Ho i capelli del colore sbagliato.” La creatura si abbassò e avvicinò il muso al viso della ragazza: “Morire non servirà a nulla, Umana. Anche io ci ho pensato spesso, ma credo anche che nessuno possa influire così tanto nelle nostre vite. Nemmeno la nostra stessa gente.” La ragazza, con un moto di rabbia, urlando, chiese: “E come credi che possa sopravvivere? Dopo quello che ho visto... Dopo quello che mi hanno fatto... Come pensi che io possa andare avanti?” “Lottando.” Fu la semplice risposta della creatura che, alzandosi in piedi, continuò: “Non devi smettere di combattere contro le avversità che la vita ti metterà di fronte nel corso degli anni. Ogni lotta è una cicatrice che dimostrerà quanto sei stata forte e quanto hai combattuto.” Elnya fissò la creatura, si alzò e chiese: “E come farò da sola?” Il rettile la squadrò qualche istante,rimase a riflettere qualche minuto e poi disse: “Non lo sarai.” “Cosa?” “Se le nostre tribù non ci hanno voluto, faremo noi la nostra tribù. Io e te. Da soli!” La giovane fissò incredula la creatura, aprì la bocca per ribattere, ma si fermò. Le stava arrivando una nuova possibilità e non voleva perderla. “E sia. Io sono Elnya.” “Io Kur'Dar” La ragazza fece un respiro profondo poi guardò il suo strano, nuovo compagno e gli fece segno di fare strada verso la sua tana. Si misero in cammino verso Sud, parlando delle loro vite e di tutto quello che avevano passato, sperando, un giorno, di poter guarire le proprie ferite e mostrare orgogliosi, le proprie cicatrici.

foto n°3

Le rovine si innalzavano al di sopra della giungla, ricoperte da piante rampicanti e avvolte da un'aura di mistero. Nessuno abitava più nella città di Al'Khadan da almeno cinquecento anni, ovvero dopo la sua distruzione ai tempi della Guerra delle Spezie, effettuata dai guerrieri del Deserto Dorato. Da quel momento né i possenti Uomini Rettile che abitavano la parte meridionale del continente, né le Tribù della Giungla o gli stessi vincitori del conflitto avevano provato a ripopolare la zona, lasciando che la Natura occupasse i luoghi abbandonati dagli uomini. Fu così che Viverne,Manticore, Chimere, Basilischi, Coccatrici e perfino qualche Drago si stabilirono tra gli affreschi, i mosaici e le mura color ocra della città abbandonata, lordandoli e rendendo la zona talmente pericolosa che nemmeno tigri e leoni osavano avvicinarsi alle rovine, ma questo non sembrava intimorire la figura che aveva appena superato il vecchio cancello meridionale, avvolto da radici e rampicanti, dalla cui volta pendevano liane. Era una fanciulla dei Nomadi del Deserto Dorato, riconoscibile dalla pelle olivastra, gli occhi azzurri dal taglio obliquo e i lunghi capelli neri racchiusi in una treccia. Indossava un lungo caffettano imbottito, chiuso in vita da una pregiata cintura di cuoio da cui pendeva una scimitarra il cui fodero era ricoperto di gemme preziose, larghi e comodi calzoni di lino, scarpe morbide con la punta all'insù e un elmo d'acciaio dotato di punzone e nasale. Stringeva tra le mani un elegante arco composito in corno e una faretra colma di frecce le cadeva su un fianco. Il vecchio Gahar le aveva detto di non allontanarsi dall'accampamento, ma Jahala, questo era il nome della giovane, doveva andare ad Al'Khadan e vedere con i propri occhi cosa avevano fatto i suoi avi. Non poteva rimediare, ma voleva almeno salvare qualcosa, un oggetto da tenere come reliquia, dallo stato di abbandono in cui versavano le rovine. Quando aveva sentito la sua idea, Gahar le aveva quasi riso in faccia e le aveva spiegato che non doveva preoccuparsi o sentirsi in colpa, dato che il suo clan non partecipò alla guerra in cui Al'Khadan fu distrutta, ma la giovane non riusciva a darsi pace da quando erano entrati nella giungla e aveva visto le grandi torri color ocra svettare tra gli alberi. Voleva dare memoria a quelle anime intrappolate nell'oblio e ci sarebbe riuscita anche a costo della propria vita. Aveva appena finito di percorrere una della antiche strade, il cui lastricato era stato inghiottito quasi completamente dalla vegetazione e si ritrovò in una piazza dominata da una fontana di marmo le cui acque, stagnanti e ricoperte di ninfee, ospitavano pesci, anfibi e insetti e lì vide la gigantesca Manticora che la fissava con la fauci, irte di zanne, completamente spalancate e lo sguardo famelico. La creatura, più grossa di un cavallo, aveva il manto scuro ricoperto da strisce rosse, una criniera che le cresceva intorno al collo e alla gola, un muso che sembrava un raccapricciante incrocio tra quello di un leone e un volto umano e una lunga coda simile a quella degli scorpioni che che spuntava dalla fine del massiccio corpo. Jahala incoccò istintivamente l'arco e puntò, ma sapeva benissimo di non avere possibilità contro il famelico mostro. Si guardò intorno senza, però, distogliere l'attenzione dalla belva e notò una apertura nel muro di una casa diroccata, abbastanza grande per farla passare, ma non così tanto da permettere alla Manticora di raggiungerla. L'enorme mostro si abbassò velocemente, preparandosi a spiccare un balzo sulla giovane e atterrarla, ma mentre iniziava ad alzarsi da terra, un dardo tirato dalla giovane le colpì in pieno uno degli zigomi pelosi, conficcandosi nella carne e nell'osso. Il mostro ruggì di dolore e distolse lo sguardo dalla ragazza che si buttò subito nella fenditura della casa. Con una rapida occhiata Jahala constatò che la fenditura era l'unico ingresso e, incoccata un'altra freccia, attese qualche secondo con la schiena contro il muro opposto all'apertura. Improvvisamente una gigantesca zampa artigliata entrò dalla fenditura e cercò di ghermirla, mentre un iracondo occhio arancione fissava la giovane dall'esterno. La freccia aveva solo rallentato l'enorme mostro che, in quel momento, stava cercando di prendere la ragazza e farla a pezzi. Jahala scoccò un'altra freccia, questa volta verso l'occhio della Manticora, ma la creatura aveva imparato in fretta e con un colpo fulmineo dell'enorme zampa deviò il dardo, distruggendolo. La nomade del Deserto Dorato provò di nuovo a colpire la creatura, ma questi riuscì di nuovo a rompere la freccia e Jahala era sicura che l'essere provasse una sorta di strano divertimento quando lo faceva, una rivincita personale nei confronti di quella piccola sfacciata preda. La ragazza gettò a terra l'arco e sguainò l'elegante scimitarra, sperando che quel cambiamento di arma servisse almeno a farle guadagnare tempo con la Manticora che premeva sempre di più verso l' interno della casa, muovendo freneticamente la zampa, mentre un ruggito di trionfo le usciva dalle mostruose fauci. La giovane sentiva lo spostamento d'aria provocato dalle zampate, mentre teneva la scimitarra puntata verso la fenditura, pronta a colpire lo scuro arto, nonostante fosse paralizzata dal terrore. Il sudore le imperlava il viso, il respiro era affannoso ,le mani le tremavano e con l'orrore negli occhi azzurri vedeva il muro che iniziava a cedere sotto la pressione della belva, ma non distolse lo sguardo, perchè se doveva cadere, lo avrebbe fatto da guerriera. Improvvisamente la zampa della creatura guizzò via come un'ombra illuminata dalla luce di una torcia, mentre l'essere scompariva dalla fenditura con uno strano ruggito di rabbia e paura e un verso soffocato. Jahala si riprese come da un incubo e attese, immaginando un trucco di quell'astuta bestia, poi sentì le voci provenire dall'esterno. Guardinga, la ragazza recuperò l'arco e, avvicinatasi alla fenditura, diede una fugace occhiata fuori e vide il corpo della Manticora riverso su un fianco, circondata da una pozza di sangue nero che si allargava sempre di più, mentre sopra di lei torreggiava una creatura delle stesse dimensioni simile ad un gigantesco leone dal pelo lungo e rosso e dalla testa di drago. Sulla sua schiena, legati ad una grande sella di pelle, stavano due uomini, il più vicino alle zampe posteriori della strana cavalcatura era un vecchio dalla barba e i capelli lunghi, bianchi e incolti, avvolto in una lunga tunica verde, mentre il conduttore della bestia era un cavaliere protetto da una lunga cotta di maglia dorata e da un elmo dorato simile a quello della ragazza,dotato di una liscia maschera e lunghi nastri rossi che partivano dal punzone e scendevano fino alla nuca. La fanciulla sbarrò gli occhi e istintivamente gridò: “Gahar! Kalan!” e si gettò fuori dalla casa. La creatura si girò e snudò le lunghe zanne, ma uno strattone del cavaliere la calmò mentre da sotto una maschera, una giovanile voce esclamava: “Principessa, Gemma del Deserto Dorato voi state ben...” Prima che potesse finire fu interrotto dal suo compagno: “Principessa, piccola sciagurata, ecco dove eravate finita! Ma si può sapere che cosa vi è preso? Vi rendete conto che potevate morire?” Il vecchio Gahar scese malamente e goffamente dalla groppa della bestia e, nonostante un' espressione truce sul viso, abbracciò con affetto la sua padrona e discepola. L'anziano, poi, continuò: “Piccolo fiore delle oasi, ma perchè lo avete fatto? Per fortuna che io e il miglior Cavaliere di vostro padre siamo passati di qui per cercarvi, o a quest'ora sareste già morta.” La ragazza si tolse dall'abbraccio del maestro e, tenendo lo sguardo fisso a terra, come una bambina sgridata per una marachella, con un filo di voce rispose: “Io dovevo... Non è giusto, Gahar! Io dovevo fare in modo che tutti ricordassero cosa era successo. Noi dobbiamo ricordare che cosa hanno fatto i nostri avi!” Gahar iniziò a borbottare qualcosa, ma la mano di Kalan, appena sceso da quella portentosa bestia, appoggiata sulla sua spalla, lo fermò. Il ragazzo si tolse la maschera dopo un inchino verso la sua principessa e, mostrando un volto pallido e un ciuffo di candidi capelli, tipici dell'albinismo, disse: “Mia Signora, Luna tra le Scure Dune, se posso permettermi, voi avete fatto molto di più di quanto non fosse necessario. Il vostro clan, cinquecento anni fa, accolse i miei antenati, i profughi di Al'Khadan, e li fecero diventare i primi Cavalieri su Dracoleo, le guardie del vostro popolo. Voi ci avete dato uno scopo e ci avete già salvato dall'oblio. Non ci dovete nulla.” Jahala lo fissò un istante, poi, fredda, chiese: “ E coloro che caddero in quei giorni di fuoco e rabbia?” Kalan ricambiò lo sguardo con un sorriso e continuò: “Loro vivono nelle nostre canzoni e nella nostra memoria. Non li dimentichiamo mai e...” La ragazza lo interruppe: “Non basta!” “Allora, mia Signora, visto che so come finirà, vi diamo qualche minuto per cercare un oggetto da portare all'accampamento. Però potete girare solo in questa piazza. D'altronde, non vogliamo rendere inutile la morte di questa Manticora, no?” La ragazza corse verso una delle case e rimase alcuni minuti, mentre Gahar risaliva in sella al Dracoleo e il giovane cavaliere, armato di una lunga lancia terminante in una lama dritta ad un solo taglio, presidiava la piazza e controllava che nulla si avvicinasse. Dopo un po' Jahala emerse dalla casa con in mano un vecchio mattone rotto e sporco, su cui era stato inciso, secoli prima, un nome: Thamas. Kalan si avvicinò e, con tono dolce, disse: “Fiore del Deserto, Oasi per le Carovane, torniamo a casa. Thamas, chiunque fosse, tornerà dal suo popolo insieme a noi.” La giovane fece un sorriso e rispose: “E non solo lui. Porteremo con noi il ricordo di tutti coloro che vissero qui.”Mentre correvano, attaccati alla schiena di Grahad, il Dracoleo, attraverso le ombre della fitta Giungla, Jahala, nonostante le forti correnti causate dalla corsa della bestia, si girò verso Gahar e disse: “Grazie per avermi trovato!” “Ringraziate il fiuto dei Dracolei e la vostra fortuna!” “Pensi che un giorno Al' Khadan verrà ricostruita?” “Non lo so, Principessa, ma so che fino a quando ci saranno persone come voi, testarde ed empatiche, il ricordo di quella città e del suo popolo non verranno mai dimenticate. E questa è già una vittoria.” La giovane sorrise, mentre la loro maestosa cavalcatura correva fulminea in mezzo agli alberi, lasciando che le torri color ocra delle rovine si innalzassero eterne, come il ricordo di Al' Khadan.

VIDEO