Roberto Tramonti

Biografia

A SECONDA IMMAGINE. IL MIO PAESE,DOVE SON NATO E DOVE VIVO E CONSERVO I MIEI RICORDI d PIU CARI, di un mondo che sembra lontano, quando tutto era più sacro, prezioso, essenziale, più vivo.Perito agrario, ho visto da allora ad oggi, storie di sussistenza ma di sani principi e storie di ordinaria follia come oggi stiamo vivendo specialmente nel nostro settore. Dei tanti ricordi ne ho inviati alcuni... Tanti ne rimangono ancora. Ho immagini fisse di vecchi curvi a raccogliere l'ultima oliva caduta dalla pianta antica...oggi morta per incuria in un paese che ama tutto ciò che Italiano non è

Immagini

La battitura

Seduto sulla poltrona osservo il tempo che passa e il tempo che è passato ,davanti a ciò che il mio occhio vede e la mia mente ricorda....il mio olfatto ha recepito ed al mio orecchio ancora giungono i suoni.

In alto una finestra sotto la torretta della casa, con le persiane chiuse...ed io bambino ,prima di correre giu, nella allora aia sottostante ,sbirciavo attento i rumori e le figure che ha momenti si facevano scorgere. I mucchi dei govoni erano alti, suddivisi per tipo: uno di grano uno di avena ed uno ,non sempre di orzo, allineati lungo il muro pronti ad essere ridisfatti appena il suono faceva eco nell'aia.guardavo l'orologio ,spinto dalla curiosità di uscire di casa, ed erano spesso poco dopo le tre di notte, ed alle quattro iniziava ad albeggiare. Era allora il segnale di partenza della lunga macchina che avrebbe diviso il grano dalla paglia, in un rumore costante per tutta la durata della disfatta delle torri.
La sera avanti, tutto era stato piazzato dai macchinisti, quasi sempre tre, piu il perosnale del gano che però non partecipava all'operazione.veniva piazzata la Trebbia,quella che mangiava i govoni e che sputava poi da dietro il ,seme battuto, da una bocchetta di ghisa, alla quale veniva legato il sacco di tela o messo sotto uno staio;,accanto, un altra bocchetta che raccoglieva certi semi non buoni, poi di lato ,dove i facchini trascinavano la spiga del grano in alto per essere poi ripulita e andare nei sacchi ,posti dietro alle bocchette di ghisa, vi era uno sportellino che sputava avanzi sminuzzati: la cosiddetta Pula, che spanta per aria si posava poi su qualsiasi superfice circostante .compresi noi che circolavamo intorno curiosi.I govoni erano i mazzi di grano ( o altri cereali ) legati ,prima a mano, ,poi inventarono il mietilega e fu un successone per i poveri contadini che avanti legavano le manne stando in ginocchio sulla terra ,irta di spunzoni di paglia precedentemente tagliata dalla falciatrice.
E si prendevano le misure dove posizionare anzitutto la Trebbia. onde evitare eventuali nuove piazzature che richiedevono tempo e bestemmie talvolta.L'elevatore dove venivano introdotte le manne era lo strumento piu importante da considerare.Era un nastro che scorreva all'interno di un corridoio lungo 5-6-o forse 7 metri,seondo se la Trebbia ara una 70 o ottanta o quella grossa .la 100,che veniva manovrato con una manovella che lo alzava ed abbassava secondo il calare del pagliaio.
Una volta piazzata la Macchina Trebbiatrice,si passava a fermarla,mediante barre di ferro legate ai due lati delle ruote di ferro,con buloni ,in modo che rimanesse stabile alle vibrazioni. Poi si piazzava la pressa per la paglia,che raccoglieva sulla parte davanti alla macchina tutto cio che cadeva e lo ingoiava,facendo cosi,grossi mattoni di paglia,chiamate presse.40x40 x mt 1 mi ricordo.Poi dopo si iniziava a tendere i cingoli ( o cignoni) che erano quelli che facevano muovere tutto il marchingegno.Teso il cingolo tra la trebbia e la pressa,con l'aiuto del trattore,si procedeva a zeppare anche le ruote di questa ultima.Poi si staccava il tyrattore che veniva posto davanti alle bocchette del grano,e,si piazzava il cinghione piu importante,quello di collegamento con il motore.
Il trattore aveva un rullo esterno laterale situato tra la ruota davanti e quella posteriore del diametro di una 40 ina di centimetri ,simile all'altro posto in alto ,sul lato destro della trebbia .Prima di piazzarlo il cinghione,veniva incrociato per evitare eventuali fuoriuscite,pericolose tra l'altro per coloro che erano intorno a lavorare.Poi si tendeva,si frenava e si zeppava il trattore.Era una operazione che in condizioni normali richiedeva sempre piu di un ora ma che a noi ragazzi faceva sempre piacere vedere.Finito la piazzatura,generalmente fatta prima di ogni pranzo o di ogni cena,secondo la fine dei lavori e poi ..Hooo lascia iò posto per i macchinisti,gridava il contadino alla massaia.L'allegria ed il cibo non mancava mai...e si mangava di brutto...a me non è mai mancato nulla.ero molto fortunato,ma quando si trattava di mangiare,,chi si trirava mai in dietro.La sirena dava inizio ai lavori,appena l'alba si anunciava ED il brusio della natura che si risvegliava,veniva improvvisamente interrotto dal rumore costante delle macchine ,misto agli ordini imposti dei macchinisti agli operai del cantiere;qualche bestemmia volava,ma erano tutte perdonate,.E man mano che il pagliaio si abbassava,ingoiato dall'elevatore caricato da due,massimo tre omini sopra di esso che con fare scandito da un tempo,gettavano le manne sul carrello scorrevole,i sacchi aumentavano e le presse di paglia ,infilate con un forcone a due punte venivano trasportate a spalla verso una stiva permanente vicina.Se il raccolto era buono i sacchi si riempivano in fretta con gioia per chi aveva seminato,altrimenti qualche rimbrotto saliva ,ma poi tutto ti ridava speranza.Poteva durare qualche ora,un giorno,mai piu lungo ,prima che tutto venisse smontato per raggiungere un nuovo pagliaio,una nuova aia,dove ricominciare da capo.Ogni tanto passava qualcuno con il fiasco del vino e dell'acqua o con l'acquerello ( bono ) o si faceva sosta per far colazione: pane cotto a legna con la farina dell'anno precedente,prosciutto e salame del maiale di casa,un brodo di nana e la nana, se si era vicino alla mezza , condito da tanta allegria e tanta voglia di fame.A volte ti lavavi le mani,a volte mangiavi cosi,non è mai morto nessuno ne mai qualcuno si e sentito male per tanto mangiato.Tutto fatto in casa,dove qualcuno ancora aveva il gabinetto fuori e la porta della stalla adiacente alla cucina.Era una festa grande e quel giorno niente doveva mancare anche nelle tavole piu povere.La massaia ci rimbrottava..avete ringraziato il signore per quello che ci ha dato...e noi che stvamo mangiando...si..si ..come a dire meglio di così....lo ringraziamo mangiando.Son passati 50-quasi 60 anni da allora ma tutto mi è lucidi nella mente,perfino i sapori di prosciutto o del salame o di rigatino tagliato coi coltello,del formaggio per chi aveva le pecore,del brodo di nana pieno di stille dorate..bono....la pula ci era entrata ,a tutti, anche nelle mutande,sulle pezzole legate al collo,dentro le scarpe e i calzini ma....chi la sentiva..era festa anche per certi fastidi...bastava il sapore del pane di allora per farti dimenticare il prurito.
Il tutto ha resistiti fini alla fine degli anni 60 poi...il progresso ha fatto di tutta questa poesia..un ricordo

Roberto tramonti

L AIA

   C'era una volta l'AIA ….COME DIREBBERO I GIOVANI DI OGGI.: ESISTE SEMPRE LA CITTA ,E IN OLANDA..DIREBBE QUALCHE STUDENTE PIU INFORMATO....TANTI MAGARI MANCO SANNO DOVE E'.

Ma se parli ad un anziano,ormai del vecchio secolo,lui ti parla dell'AIA ,quella vera,quella che lui,come tanti altri della sua generazione hanno conosciuto e vissuto le loro storie.Un AIA diversa ,intrinsa di RICORDI,che ogni casa di campagna di allora aveva ed era sacra.

  1. Davanti l'uscio di casa,a pochi metri,lastricata con pietre irregolari ,piu o meno grande secondo lo spazio possibile,dai cento ai cinquecento metri quadrati,piu o meno,spesso a forma un po indefinia tra il tondo ed il quadrato,dove perv tanti anni svettava in un angolo scelto a proposito un lugo palo a volte spoglio avolte contornato da erba secca o paglia....il famoso pagliaio.(in auge fino alla fine degli anni sessanta).Soltanto esso era una leggenda,fatta di sacrifici ,indispensabili per l'andamento della stalla,che ogni casa aveva.E ,attorno al palo si stivavano il fieno,fatto di erbe vari,Erba medica,loglietto,tarassaco,lupinella,fatti essicare nel campo e poi portati col carro trainato dai buoi,nell'aia.E tra la polvere che ti entrava da pertutto,veniva poi ammontato a regola d'arte e,cosi' nasceva il pagliaio.,ed era ammontato ,in una forma cilindrica,pressato per non favorire i vuiti d'arie .,e fatto a punta sulla cima,per via di non far filtare la pioggia.Ed era alto 4,5 anche 6 metri e piu ,secondo il fabbisogno della stalla.Era il cibo per l'inverno per i buio.Esso veniva tagliato a spicchi ogni giorno ,quando il cibo fresco mancava,con una lama lunga  ,e distribuito alle bestie nella stalla, (vitelli e mucche),il tutto integrato con la biada,la allora farina macinata nel vecchio mulino,(misto di orzo avena,scarti del grano ,granturco ).piu integratori.Inoltre,nel mese di giugno,dopo che il palo era stato spogliato dal fieno,veniva nuovamente contornato dalle bionde manne do grano,o di orzo o di avena,prima che venissero battute,per racglire dalle pighe feconde,i preziosi semi in esse cntenute

Nio ragazzi si osservava con attenta curiosità la meticolosita dell' opreazione che doveva resistere ai piu tremendi temporali o nevicate invernali.Qualche fortunato che possedeva un vecchio paracadute militare lo disponeva sulla vetta.

MA IL PAGLIAIO  non era il solo abitante dell'AIA : in essa gran parte della vita di allora aveva uno spazio.E in essa la povere spesso faceva da contorno.La battitura dei fagioli,dei ceci,delle fave anche essi essiccati prima al sole,venivano distesi sulle lastre e poi battuti con uno strumento chiamato Correggiato che era semplicemente un palo lungo circa due metri con in cima ,legato con una corda un altro palo lungo  60_70_ centimetri.Le piante essiccate venivano piu volte colpite mediante un andarivieni di colpi di Correggiato che,frantumando i gusci delle piante,tutte leguminose,facevano fuoriuscire il frutto ,che poi era anche il seme.  Poi una volta considerato che tutti i baccelli erano stati rotti,si procedeva a togliere le parti non commestibilie e,mettendo un grosso vaglio ad una pendenza di 45 gradi,si faceva correre il residuo rimasto su di esso,favorendo la separazione delle bacche dalla pula e dagli altri residui.Il tutto poi veniva ripassato con un vaglio tondo a mano....prima di essere insaccato.Era una operazione allora lunga e meticolosa che richiedeva pazienza e arguzia.Ogni tanto un bicchiere di acquerallo fresco proveniente dalla cantina..il frigorifero era ancora cosa dei ricchi....interrompeva l'operazione e,,come era buono....l'acquerello.I polli ,gli abitanti per eccellenza dell' aia erano ,durante le operazioni,felici ,di trovare cibo in abbondanza ,in casa,inconsapevoli del fatto che anche il contadino era altrettanto felice poiché..piu crescevano.piu poi mangiava  lui.. Ed anche il pollo era veramente ottimo.Le mugellesi,tutti ne avevano perlomeno 4 0 5 per le uove,ti scorrevano tra le gambe,svolazzando con le loro minute strutture,mentre vi era un animale del quale noi ragazzi avevamo spesso timore : il locio,enorme animale scuro alto fino alla sua rossa cresta anche un metro,che se ti prendeva di mira dovevi scappare altrimenti il loro pizzico non era affatto gentile. Ed era lui che spesso metteva in fuga gli animali indesiderati,qualche volpe,qualche serpe,o altri animali che si affacciavano alla corte in cerca di cibo.Il suo GLUGLUGLUGLU..lo sento ancora nelle orecchie..era il re dell'aia.Nell'aia si annazzava il maiale,allevato con amone,con gli scarti della farina,con gli avanzi di casa,rape ,patate,qualsiasi cosa andava bene:era una macchina mangatutto e poi finalmente arrivavano i marroni,quegli scartati dalla vendita e poi la ghiande e poi :dulcis in funda il Natale; si perche' a natale si ammazzava spesso il maiale.(poi vi racconterò a parte la mattanza).Nell'aia ,sotto il noce,perchè tutte le aie di rispetto avevano una pianta di noce,meticolosamente raccolte a fine settembre -ottobre. La sera,su una rustica panca di legno si radunavano di estate gli abitanti dei casolari per riposarsi un po dalle fatiche vere di allora;due battute,qualche moccolo,(sincero),qualche preghiere (sincera pure quella)un ultimo goccio di vino e a nanna perchè l'alba era allora col canto del gallo...nell'aia ci si ritrovava per le cene tra amici,per le feste ricorrenti ,per iu matrimoni,e vi era sempre qualcuno che suonava uno strumento per fare allegria....il tutto illuminato  da un lugo cavo a treccia portato dalla casa e con una lampadina avvitata sotto ad un piatto e issato sul palo del pagliaio vuoto o di qualche altra diavoleria studiata a posta. Il carro di legno,dipinto dei piu sgargianti colori se ne stava parcheggiato in un angolo..quasi stanco per i lavori del giorno:gli facevano compagnia l,aratro,l'erpico e in qualche caso le prime seminatrici trainate sempre dai buoi.L'aia ere  l'AIA...TUTTO PASSAVA DI LI.

ROBERTO TRAMONTI 26-08-2019

La vendemmia

quando l'uva iniziava ad invaiare ( a prendere colore) iniziava la processione dei contadini che a turno ,prima con la macchina a spalle,poi con la gomma lunga...era arrivata allora,venivano nella allora tinaia (luogo di raccolta delle uve ) per bagnare i tini,in modo da contenere il liquido che fuoriusciva dalle uv raccolte.una volta portata a destinazione.

Da l'ultima vendemmia passata,vuoti,fatti di legno,essi si asciugavano,lasciando spazio tra una doga e l'altra e per ricevere la nuova uva avevano bisogno di essere a tenuta stagna.Si iniziava prima una volta al giorno,poi,si battevano i cerchi per far aderire le doghe e si seguitava poi, mattina e sera fino al giorno della raccolta.Prima,veniva riempito per un po il fondo,dopo aver tappato il foro di uscita dei liquidi,ne avevano uno laterale a circa 15 centimetri dal fondo ed uno sotto,nel punto piu basso,in modo da raccogliere tutto il contenuto.Le prime vendemmie che ricordo avevano proprio il sapore delle antiche ricette, fatte con le casse di legno ,che sembravano piccoli sarcofachi,piu pese da vuote che piene,stivate sui carri dei buoi e trasportate alla tinaia,dove l'uva,contenita all'interno veniva versata in una bigoncia di legno ,altrettanto pesa da vuote,ammostata con un mattarello importante,per rompergni la buccia e favorire il processo di fermentazione e,poi un robusto contadino,la caricava in spalla e la versava nei tini pronti a ricevere. Nessun chicco veniva sprecato,eera il frutto del lavoro di un anno.

De ,poggia,vai avanti,gridava l'abile vulgo,come fosse un destriero di una lenta biga,ai buoi ,poi si fermavano ed uno ad uno aspettavano il turno per scaricare,ognuno nel proprio tino da tempo assegnato.Fumavano i buoi,frenati da una martinicca posta alle due ruote di legno con il cerchio esterno in ferro,stanchi dal pesante carico di casse tresportate; la lunga coda scacciava le mosche,golose dello sterco da esse lasciato durante la sosta,ed il profumo dell 'uva si mescolava fuori con quello del letama da esse prodotto. Ma era tutta natura e ,nessuno faceva caso del quadro di vita proposto.Si scaricava e poi,si ripartiva veloci per non tenere i raccoglitori nei campi senza le casse vuote a far niente...tutto era coordinato a proposito. Una pompa a mano scandiva i travasi,aziona da due pretendenti, ed il tempo era sempre lo stesso da anni, scandito.

Poi ,mi ricordo,arrivò,con gioia per tutti ,una macchina elettrica che mediante un rotore chiuso in un semicilindro,ingoiava le ceste di uva,che intanto avevano sostituito le pesanti casse di legno,e,meraviglia,sputava il raspo del grappolo,frantumando i chicchi da sola e,tramite una pompa  elettrica per i semisolidi ,spingeva tutto nel tino.Era arrivato il progresso,l'era moderna...la prina cosa elettrica.Anche i buoi erano piu felici,sembrava,piu uva e meno ingombranti inutili,quindi meno viaggi :erano arrivate le ceste.

Ma tornando ancora all'antico,una volta ,i tini, ripieni e finita la raccolta,tutte le sere ,l 'uomo di casa,veniva alla tinai,si toglieva le scarpe ed i calzini e,lavatosi i piedi,saliva sul tino,dove un asse messo di traverso ne faceva da sedia e,con mossa costante,azionava i piedi,pestando il cappello della vinaccia che alla sommita' del tino stesso si era formato.Questa era una operazione pericolosa,che difficilmente facevano senxa altre presenze nella tinaia,le esalazioni dell' uva in fermentazione erano cosi forti da stordirti ,ed il gas ti ubriacava ,se ti abbassavi troppo al cappello.Ma era importante per il buon esito del vino,poichè i lieviti contenuti nelle bucce,venivano assorbiti dai liquidi e favorivan la fermentazione degli zuccheri e la riuscita per un buon vino:Altrimenti si rischiava di fare dei vini parzialmente dolci o degli aceti se il cappello veniva esposto troppo all'aria.Magari tutti non sapevno il perche' del procedimento di fermentazione,ma sapevano che era importante.

Quando tutto il mosto aveva finito di bollire,non si vedevano più le bollicine frizzare sulla superfice del liquido rosso',si decideva di iniziare la operazione di svinatura e la pressatura siccessiva delle vinacce.Ecco che allora apparivano i barili,tutti di legno,tutti fatti a mano dai maestri del paese,e tutti perfettamente precisi (porco mondo mi chiedevo come avevano fatto ..ero affascinato dalla precisione arigianale di allora ),pesi ache essi ,dopo essere stati a mollo per essere stagni,vuoti dal tempo passato vendemmia ,e allora interveniva il cantiniere,Mario ,persona molto meticolosa che sapeva il fatto suo;tutto in mano sua era riposto.Lui metteva la cannella,nel foro chiuso con due sughei,uno interno ed uno esterno,lui scegliva la cannella,secondo il tino,lui dopo aver tolto il sughro esterno,aver preso la cannella giusta,fasciata in cima con della stoppa e aventi dalla cannella di apertura un tubo di uguale grandezza del foro,lungo una ventina di centimetri,forato alle parti per raccogliere i liquidi senza far uscire i residui solidi.Era un rito

SI stava per assaggiare quello che in un anno era stato coltivato e ora prodotto : IL VINO.nuovo

NON POTEVI SBAGLIARE ALTRIMENTI LA PRESSIONE TI FACEVA PERDERE DEL LIQIUDO PRODOTTO,prezioso.

Sotto veniva posta una bigoncia,anche essa di notevole peso e,se il colpo era preciso,solo poche gocce cadevano.Con un martello di legno,detto Mazzolo,si app'oggiava la cannella al sughero interno e,Bum,sulla capocchia fatta apposta sulla cannella,tutto era fatto.Ma era un rito.poi venivano posi due chiodoni ai lati di essa e ad essi ,essa,era poi legata per renderla stabile.Si parte,dui muscolosi a pompare a mano ed un lungo tubo di antico caucciu,accompagnava il vino ai barili per farli ricolmi,barili precedentemente posti sui carri dei buoi,Pieno,vai un alttro goccino,basta; nemmeno una stilla veniva versato.Cosi per qualche anno,poi il progresso ha portato via i pesanti barili,la pompa a mano,il carro dei buoi ed anche poi gli stessi buoi non facevano piu questo lavoro.Tutto era andato in penzione.

Cosi anche per la grossa pressa a Vasellina ,azionata da potenti braccia a mano ,che strizzava la vinaccia ,residui solidi dell'uva,fino ad estrarre ancore del vino...e,mi ricordo che aveva dei cunei che impediva il ritorno del cappello che calava nella gabbia di legno ,spinto da una grossa vite senza fine e  fu messa da parte. Ho ancora il ricordo dei cunei che entrando ed uscendo dalle fessure,emettevani un suono metallico inconfondibile,un ciclap ciclap metallico che le mie orecchie sentono ancora tra gli antichi rumori ..E vi era qualcuno accanito che per un ultimo bicchiere,di una strizzatura esasperata,vi perdeva del tempo impossibile ora...ma che allora valeva un bicchiere di vini in piu'.Poi son venute le presse rotative,le pompe a bassa pressione,le pompe e quello che di allora facevano in un giorno lungo quanto era la resistenza dell'umo,poi in un ora il tutto facevano.

Ma tornando all'antico,una volta pressata a mano la vinaccia,talvolta sino a esasperarla,si toglivano le gabbie e appariva un grande cilindro viola,molto compatto che,poi con una zappa o punteruolo veniva rifrantumato e,con una barella a quattro manici ,dove veniva deposto ,veniva portato fuori nel mucchio,in attesa di essere mandato in distilleria ,dopo anni di spreco ,dove estraevano la grappa.Anche perchè,spesso fare la grappa in casa ,un tempo,era cosa normale

Anche i pranzi nei campi,allietati da grida,col tempo sono finiti,i panieri ricolmi di cibo che le massaie affrettavano a dare...quasi a dir presto che il giorno cala tra poco.....e lasciavi le forbici scure,tute di ferro,taglienti ,che poi alla sera ti segnavan la mano..ma tutto era cosi ,,naturale per l' allora del tempo.

Allora tutto era un rito,fatto per vivere,per dare un cibo alla famiglia e per vendere ai meno fortunai che lavoravano in città,i prodotti della campagna. Ed il vino era importante ,anche se spesso,meno di qualità di oggi,ma aveva il sapore di una sacralità diversa,frutto del sudore fisico di chi lo produceva.Siamo ancora negli anni 60...verso la fine,quando ancora la vite per poter essere sostenuta aveva bisogno delle braccia del Loppo ( acero campestre nome botanico).che oggo manco sanno i che l'è.

Roberto tramonti 26.07.2019

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